I bambini di Craica

I BAMBINI DI CRAICA

Sono sempre stato incuriosito dalla vita dei popoli denominati nomadi. Il loro modo di vivere così differente dal nostro, in continuo movimento, mi ha sempre affascinato, così distante da quello che generalmente nella nostra società si cerca: la stabilità.
Ancora di più mi ha affascinato capire e comprendere quelle minoranze che la maggior parte della gente conosce per sentito dire. Ho iniziato questo viaggio con un lavoro sul Luna Park, moderni viaggiatori su ruote, ma la mia curiosità si è posata prima di tutto sulla popolazione
Romanì, quelli che oggi sono chiamati in modo dispregiativo Zingari.

Non mi è mai piaciuto generalizzare senza conoscere una realtà quindi con il mio collega fotogiornalista Carmine Rubicco, sono andato in Romania, a Baia Mare per la precisione, dove ospiti della fondazione Somaschi, abbiamo conosciuto la realtà dei campi Rom del luogo. In città ce ne sono 6, alcuni più “vivibili” di altri che invece sono al limite della dignità umana come i vecchi casermoni di ex aziende come la Cuprom o i cosidetti Combinat. Questi ultimi sono stati teatro della polemica sorta sul muro costruito attorno ai palazzi per “nasconderne” gli abitanti con la scusa della sicurezza dei bambini. Edifici adibiti ad abitazioni fatiscenti, senza servizi, senza finestre e spesso sovraffollati.
Il primo campo che abbiamo visitato è stato quello di
Craica fatto di baracche di legno e cartoni proprio dietro a palazzi e garage. Dalla strada è impossibile vederlo, in pratica non esiste agli occhi della gente che non conosce.
La situazione è differente, più vivibile se vogliamo, in quanto le baracche sono familiari e all’aria aperta, in mezzo ai prati. Da qualche parte si vedono anche dei cavalli pascolare e mangiare.

Non è sicuramente una situazione umana ma molto migliore rispetto ai campi di Cuprom e Combinat.
Ci sono anche dei binari in disuso che tagliano a metà il campo. Insomma è il classico paesaggio che si vede nelle foto di Koudelka nel suo libro Gypsies.

A Craica da subito, accompagnati da Suor Gabriela che si occupa sul campo dei bambini e dei ragazzi di strada, siamo stati accolti con calore dai ragazzini che vedendoci con le macchine fotografiche ci hanno subito assalito affettuosamente. Abbiamo conosciuto alcune realtà da vicino, siamo entrati nelle baracche e abbiamo visto i bambini sorridere e giocare tra di loro.

Suor Gabriela ci ha subito detto del problema della colla che molti di loro inalano per annebbiarsi la mente. Per dimenticare la loro situazione che è una di quelle in cui non si ha nulla da fare tutto il giorno. In pratica sono allo sbando e senza educazione scolastica ed è per questo che suor Gabriela con alcuni volontari hanno organizzato una scuola alle cui lezioni però è difficile farli partecipare. La scuola è all’interno di un condominio e per i ragazzi non è una priorità. Con suor Gabriela abbiamo fatto quello che lei fa tutti i giorni: andare a recuperare i bambini in giro per i campi e cercare di convincerli a venire a lezione.
La scuola è un appartamento all’interno di un condominio normalmente abitato e difatti non sono rare le situazioni in cui i condomini si lamentano del chiasso. La confusione è quella tipica delle classi con ragazzi della loro età che colorano disegni e imparano a contare e a scrivere. Hanno curiosità di imparare e di conoscere ma sono intontiti, confusi e storditi dalla colla. Per questo anche i più semplici calcoli o compiti risultano essere difficoltosi per alcuni di loro. Molti non sanno ne leggere ne scrivere e a 10 anni devono iniziare dall’alfabeto. A causa della colla la soglia di attenzione, di chi ne fa uso, risulta molto bassa. Oltre all’intelletto i volontari cercano di nutrire anche il corpo offrendo, quando possibile, pasti caldi. Per arrivare a quello che potrebbe essere definito un refettorio, abbiamo attraversato la città con al seguito parecchi di loro costantemente guardati male dai passanti che li riconoscevano appartenenti ai campi Rom.

C’è da dire che nei campi non sono presenti solo Rom ma anche Rumeni, entrambi accomunati dallo stato di povertà.
Quella adibita a sala mensa é un’ex centrale elettrica, le è rimasto il nome di Centrale per essere riconosciuta, e possiede anche stanze per i volontari e per i bambini che vengono ospitati durante l’inverno evitandogli di dormire per strada. In questa zona della Romania nei mesi invernali la temperatura può arrivare anche a -30°C.
È una vera e propria lotta quella che suor Gabriela e i volontari combattono ogni giorno per cercare di tenere i bambini lontani dalla strada e facendoli sentire al centro di qualcosa, facendogli capire che possono contare su qualcuno, cercando di spiegargli che, nonostante tutto, può esistere un’alternativa a quello cui sono abituati.

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Foche e la strada per arrivarci

Se c’è un posto in cui vale la frase “Non è tanto la meta che conta, ma il viaggio per arrivarci” questo è l’Islanda. Ce ne siamo subito resi conto quando arrivati abbiamo iniziato a spostarci da un posto all’altro, da un ostello a un AirBnb a un campeggio.
Ad ogni spostamento, anche superiore alle 4 ore, sapevamo che si sarebbe affiancato un viaggio attraverso luoghi spettacolari che quasi ti avrebbero fatto dimenticare la tua meta. Uno di questi, ma non per forza il più bello, è stato quello per arrivare a vedere le foche sulla penisola di Vatnsnes, nel nord dell’isola, quasi al confine con i bellissimi west fjords.
L’unica cosa che sapevamo grazie alla nostra guida era che saremmo dovuti arrivare a un ostello, L’osar HI Hostel, e poi da li scendere verso la spiaggia.
La giornata era spettacolare, eravamo quasi al tramonto, il sole stava scendendo e le ombre iniziavano ad allungarsi. I colori al momento erano surreali, c’era una dominante oro tutta intorno a noi . Una volta raggiunto l’ostello ci incamminammo attraverso i campi che ricoprivano la collina al cui interno si potevano vedere pecore e cavalli godersi gli ultimi raggi di sole della giornata. Intanto per arrivare giù attraversiamo dei cancelli attraverso i grandi recinti, cancelli che probabilmente vengono tenuti aperti appositamente per poter raggiungere la spiaggia.

Mentre scendiamo scorgiamo qualcosa sulla spiaggia dall’altro lato del piccolo laghetto, qualcosa di grigio, ma molto lontano, quasi pensavamo di sbagliarci e di guardare solo dei massi senza vita.
Man mano che ci avviciniamo ci rendiamo conto che invece erano proprio le foche che stavamo cercando ed erano li a fare quello che sanno fare meglio: Dormire al sole :D.

Ma la cosa curiosa di quella giornata fu la scoperta che facemmo subito dopo essere arrivati alla spiaggia delle foche.In lontananza si poteva vedere un faraglione appena prima della linea della marea che lentamente stava risalendo. Da lontano sembrava un grosso tronco e niente più; decidemmo comunque di andarlo a vedere.
D’altronde non vai in Islanda ogni settimana.
Camminando lungo la linea del mare vedevamo neanche troppo lontane alcune foche fare capolino dall’acqua ed è inutile dirlo, abbiamo perso un sacco di tempo a guardarle :).
Man mano che ci avvicinavamo il faraglione prendeva forma fino a renderci conto che eravamo di fronte ad Hvítserkur che, trovato totalmente per caso, era sfuggito alla nostra programmazione del viaggio.
Ora due parole su di lui.

Hvítserkur (‘camicia da notte bianca’ in islandese) è un battaglione di origine basaltica sulla costa orientale della penisola di Vatnsnes nel nord-ovest dell’Islanda, raggiungibile con la Vatnsnesvergur. Il nome deriva dal colore del guano degli uccelli (gabbiani e fulmari) che nidificano numerosi sulla formazione rocciosa.
Lo sperone è alto circa 15 metri e i due fori alla base gli conferiscono l’aspetto di un drago che si abbevera. Secondo la tradizione locale, Hvítserkur era in realtà un troll della costa di Strandir. Una sera, esasperato dal suono delle campane del convento di Þingeyrarklaustur, egli decise di andare a distruggere le campane ma, poiché aveva calcolato male la distanza del campanile, l’alba lo sorprese prima che gli fosse possibile raggiungere un rifugio, e i raggi del sole lo pietrificarono per sempre.

Capite ora cosa intendo per “godersi il viaggio più che la meta?

 

Behind an Mma fight

 

Un paio di anni fa ho iniziato a guardare una serie tv chiamata Kingdom. La serie è ambientata in California e parla della vita di alcuni lottatori di MMA, una sorta di dietro le quinte nella loro vita. In quel momento ho pensato che sarebbe stato interessante farne un progetto fotografico, complice forse la sigla della serie fatta per la maggior parte di foto in bianco e nero (ve la consiglio ;)..).

Ad ogni modo non sapendone nulla mi sono guardato un po’ in giro e dopo un po’ di giri ho trovato la palestra dello Stabile fight team a Galliate, in provincia di Novara. Ho parlato da subito con Luca Cardano, colui che gestisce la palestra e allena i ragazzi. Di Luca possiamo dire che è stato all’angolo di diversi atleti professionisti di alto profilo come Rafael Torres, Luca Vitali, Walter Cogliandro e lo stesso The Ice Man, la carriera da atleta l’ha vissuta prevalentemente nel grappling conquistando 6 titoli italiani, 6 titoli europei Naga, 3 argenti ai mondiali e 1 match pro di MMA.
Dopo avergli illustrato il mio progetto Luca mi ha fatto conoscere Virgiliu “The ice man” Frasineac, un giovane e promettente lottatore Moldavo di 22 anni che inizia a praticare MMA quando aveva 17 anni, iniziando direttamente con il maestro Luca Cardano senza passare per altri sport e che ad oggi che scrivo detiene un record di 6 vittorie e 1 sconfitta ai punti e 5 delle 6 vittorie sono arrivate per tko alla prima ripresa.

La mia idea era far conoscere cosa c’è dietro ad un incontro, tutto quello che la gente non vede e magari non conosce, tutta la preparazione atletica che serve ad un lottatore per arrivare preparato al momento che poi tutti vediamo e che magari dura meno di un minuto, come nel caso dell’incontro che ho avuto modo di fotografare io al torneo Praedator di Galliate il 28  gennaio 2017.

 

Polonia_2015

L’anno scorso abbiamo passato una settimana in Polonia, con base a Wroclaw che fino a quel momento non avevamo mai sentito nominare. L’abbiamo “scelta” grazie a Skyscanner con il metodo del “ordina per prezzo più economico” :D.
Beh, devo dire che siamo piacevolmente sorpresi dalla città, situata nella regione della Slesia e anche dai dintorni.
Abbiamo viaggiato con i mezzi e abbiamo scoperto che coi treni il tragitto è mooooolto più lungo che con gli autobus :).
Siamo riusciti anche a ritagliarci una giornata di relax alle terme di Cieplice.
Forse la cosa più impressionante, oltre al campo di concentramento di Aushwitz-Birkenau,  in maniera ovviamente differente, è stata la chiesa della pace di Swidnica, costruita in stile barocco nel 1600 completamente in legno. Questo perché: “In virtù della Pace di Westfalia, che decretó la fine della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), l’imperatore cattolico d’Austria Ferdinando III dovette accondiscendere al volere degli svedesi e permettere agli evangelisti di erigere dei luoghi di culto a Głogów, Jawor e Świdnica – queste chiese furono chiamate a diventare il simbolo della fine delle devastazioni belliche e dei laceranti conflitti religiosi. In quanto frutto di un forzato „atto di tolleranza”, tuttavia, tali luoghi sacri dovevano rispettare numerosi vincoli: la loro edificazione poteva avvenire esclusivamente al di fuori delle mura cittadine, non potevano avere torri o campanili, dovevano essere costruiti con materiali „poveri” e di breve durata (legno, argilla e paglia) e senza l’impiego di chiodi. “. Questa chiesa ha una capienza di 7500 posti.
TUTTO quello che c’era li dentro era in legno. Appena entrati abbiamo pensato che almeno l’altare fosse in marmo a giudicare dall’aspetto sotto le luci. E invece…

Notte delle anime

“La notte delle anime è un grande e suggestivo evento,uno spettacolo  unico, una simbiosi tra arte e quanto  di più misterioso e magico offre la natura. La Luna Piena , il Silenzio , il Buio, le Lucciole, si incontrano sul piccolo  lago di Gravellona Lomellina , intorno a questo si esibiscono: gruppi musicali,  ballerini e giocolieri  con oggetti infuocati.

In un atmosfera resa magica grazie alla sola illuminazione di falò, fiaccole, e dalla Luna.”
Questi sono alcuni scatti che ho fatto per testare (in una situazione abbastanza estrema) la mia nuova Lumix lx100.
Atmosfera surreale e fuori dal mondo, peccato che il tempo non abbia permesso lo svolgersi dei concerti, ma è stata comunque una fantastica esperienza.
L’appuntamento è per l’anno prossimo 🙂